La prima volta che l’ho incontrata è stato pochi anni fa. Marta Loddo aveva in mano un taccuino, cercava di memorizzare tutti i passaggi del suo discorso. Di lì a poco avrebbe presentato la prima serata di Dromos e eseguito alcuni suoi pezzi per dare il via alle danze. Era agitata, nonostante non fosse la sua prima volta su un palco. Una stretta di mano, qualche scambio di parola e poi.
E poi c’è lo studio e la ricerca musicale, l’attenzione ai suoi suoni e alle parole, gli occhi chiusi per lasciarsi trasportare, come se improvvisamente tutti fossimo stati trasportati in un altro universo. Come se tutte le sue influenze si fossero mescolate in pochi attimi per fluire in nuovi accordi, nuove scale. Che a me ricordano tanto i Radiohead, ma anche Bjork e i Sigur Ros. Per questo i musicisti e i festival fanno a gara per averla con sé, per condividere quello che i grandi della storia dichiarano come attimi di amore eterno.

Immagina una gioia di te piccola legata alla musica: cosa ti viene in mente?
Una gioia della me piccolissima è il piacere di una bambina di portare le mani su un pianoforte e vedere che produceva un suono così fisico. Quando ero piccola una mia zia, sorella di mio padre, aveva un salone molto grande con un pianoforte. Quando l’andavamo a trovare mi lasciavano sedere sul panchetto, i miei genitori specialmente mi incoraggiavano a farlo. E come tutti i bambini davanti a uno strumento, provi a vedere come funziona. Il pianoforte è semplicissimo da suonare. Nel senso: da ottenerne un suono. Come metti la mano, suona. E mi ricordo che questa cosa mi provocava una grande gioia. Da lì, i miei genitori e i parenti, hanno iniziato a regalarmi pianoforti giocattolo e tastierine varie. La mia passione è iniziata così.
Che tipo di ragazzina eri? La musica ti ha aiutato a far uscire parti di te che custodivi?
Sono sempre stata introversa. Ero molto chiusa e non particolarmente brillante. La musica c’è sempre stata sin da bambina. perché i miei genitori mi hanno mandato a studiare pianoforte. In realtà mi ha reso ancora più introversa: mentre tutti i ragazzini avevano altri interessi, io ho iniziato a studiare musica oppure rimanevo in camera ad ascoltare la radio. Erano gli anni ’90, quindi sono stata anche fortunata. Ascoltavo la radio e i dischi, e sognare un futuro da rockstar. Da adulta, la musica mi ha aiutato ad essere più estroversa, essendo diventato un lavoro. Ho dovuto imparare a liberarmi anche con le altre persone.

Quando ti avvicini agli strumenti, cosa hai imparato a suonare nel tempo?
Il pianoforte, prima di ogni altra cosa. L’ho studiato per 8/9 anni, anche se non ero una grande pianista. Ho ripreso a suonarlo molto più in là nel tempo quando mi è servito per studiare canto. E poi qualche volta metto le mani sul basso. I miei strumenti preferiti sono i computer, le macchine, le loop station.
Qualcuno, ascoltandoti, direbbe che produci “musica ricercata”. Ma cosa vuol dire fare “musica ricercata”, secondo te?
Per me la musica ricercata è il prodotto di un musicista che non si accontenta. Che va a ricercare un suono che non è quello degli streaming, che non è mainstream. Che lavora per cercare un proprio suono, qualunque esso sia, non preoccupandosi dell’esistenza di un pubblico. Credo che la ricerca nella musica sia fondamentale. Parto da me: mi annoio molto in fretta, quindi ho difficoltà ad ascoltare qualunque cosa. Perché sento poco personalità, sempre gli stessi suoni, le canzoni tutte uguali. La musica ricercata per me è studio del proprio suono e vederlo in continua evoluzione. Sono una improvvisatrice: il suono di un anno fa non può essere lo stesso che vado a cercare adesso.
Quali sono state le tue influenze nel tempo?
Sono stata adolescente negli anni 90 e questa è stata la mia fortuna. Ho vissuto il rock di quegli anni, con quella buona dose di sporcizia, di ribellione, menefreghismo che sento necessaria nella musica, specie nella mia. Poi ho conosciuto Bjork, che è diventata la mia musa, la mia influenza più grossa. Almeno il suo lavoro di ricerca del suono e della forma canzone, di una visione musicale. Altre influenze si sono manifestate nel tempo. I Radiohead chiaramente. Tantissimo il jazz e tantissimi lavori di ricerca come Meredith Monk, ma anche James Blake e Bon Iver. Tra l’altro io amo anche il pop, non lo nascondo: tra i miei ascolti c’è anche Justin Timberlake.

Invece chi ti ha spinto a sperimentare e a trovare nuovi stimoli sonori?
La persona che mi ha spinto di più a sperimentare è stata il mio motore, ovvero la cantante jazz Maria Pia De Vito, che ho conosciuto quando sono andata a studiare nei seminari. Fu la prima persona che vidi usare dal vivo una loop station. Era il 2020, credo. E quel giorno giorno ho deciso che avrei fatto quello da grande. Soprattutto tutta la ricerca vocale. Mi ha aperto un mondo che fino a quel momento non conoscevo. Se c’è una persona che ha illuminato il mio cammino e che mi ha dato ispirazione per il futuro, quella è Maria Pia De Vito.
Tantissimi sono i festival a cui hai partecipato in Sardegna e fuori dalla Sardegna. Cosa ti hanno lasciato dentro?
Molti dei festival a cui ho partecipato li ho vissuti non solo da musicista ma anche come parte dello staff. Ho un amore viscerale per i festival perché sono momenti d’incontro tra persone, pubblico, artisti. Sono momenti in cui ti siedi, ascolti un concerto di un artista che magari non conosci e può capitare di innamorartene. In queste occasioni ho suonato sempre prima di qualcun altro e così si sono create esperienze molto belle, scambi di feedback con gli artisti che mi hanno ascoltato. Non è una cosa molto frequente per chi sta in Sardegna: io suonerei nei festival per tutta la vita, il pubblico è più disposto ad accogliere la novità che raramente si va a cercare altrove. E molto spesso ci sono novità che ti lasciano belle sensazioni. Sono momenti di condivisione globale che non si realizza altrimenti. Dove le persone stanno godendo della stessa cosa nello stesso momento. I momenti singoli non sono così. E poi mi piace sempre vedere la macchina organizzativa che c’è dietro, mi affascina moltissimo la passione che trasmettono chi ci lavora.
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