Ci sono sguardi che non si limitano a osservare il mondo, ma lo interrogano e cercano di ottenerne una risposta. È da questa tensione sottile, quasi silenziosa, che prende forma il lavoro di Giulia Fo, fotografa cagliaritana capace di muoversi con naturalezza tra immagine statica e immaginario cinematografico.
Tra riflessioni sulla fotografia contemporanea, rimandi al linguaggio del cinema e uno sguardo intimo sulla sua ultima mostra “Anime in luce”, emerge il ritratto di un’artista che costruisce visioni senza mai smettere di mettersi in discussione. Ne nasce un confronto denso, in cui ogni risposta sembra invitare a guardare un po’ più a fondo.
Henri Cartier-Bresson disse che “fare una fotografia significa allineare testa, occhio e cuore. È un modo di vivere”. Tu come vivi lo scatto?
Vivo il momento dello scatto come un momento di incontro. Un attimo solo mio, per incontrare me stessa e il soggetto che ho davanti. Per me fotografare significa allineare testa, occhio e cuore esattamente come diceva Bresson ma anche offrirmi la possibilità di scoprire e scoprirmi.
Qual è stata la prima emozione che hai vissuto con la macchina fotografica?
La prima emozione vissuta con la macchina fotografica penso sia stata un mix di curiosità, gioia e soddisfazione. In 10 anni di fotografia ho collezionato tanti momenti memorabili: svariati incontri e numerose collaborazioni con persone e realtà che desideravo conoscere e con cui sognavo di lavorare, feedback e amicizie importanti che mi hanno commosso e fatto capire di aver intrapreso la strada giusta, la mia, e poi il momento in cui ho visto esposti per la prima volta i ritratti del mio progetto “Anime in Luce”, quasi svenivo per la gioia!
Che studi hai fatto e a che punto sei arrivata?
Ho seguito diversi corsi di fotografia e partecipato a workshop, talk e seminari sia dal vivo che online, ho anche letto numerosi libri riguardo la fotografia e i fotografi di reportage e di ritratto e visto innumerevoli mostre fotografiche. Sono molto curiosa, mi piace immergermi nelle mostre dei grandi maestri e anche scoprire il lavoro di artisti emergenti. Per quanto riguarda la mia professionalità: in questo momento sono felice del percorso fatto, non smetto mai di apprendere, di sperimentare e buttarmi in nuove sfide, per esempio di recente ho anche iniziato ad insegnare fotografia attraverso workshop e laboratori. Sono concentrata sul racconto delle persone, sul sensibilizzarle trattando temi importanti e sul trasmettere il più possibile la mia passione agli altri aiutandoli soprattutto ad esprimersi e a trovare conforto nella fotografia.

Come è cambiato il mondo della fotografia con l’avvento dei cellulari?
Io penso che le persone oggi abbiano maggiori possibilità e che sfruttare il proprio smartphone e la sua fotocamera per comunicare e dare sfogo alla propria creatività, magari producendo anche qualcosa di cui andar fieri, sia fantastico. Nelle scorse settimane si è concluso un laboratorio fotografico intergenerazionale che mi vede insegnante, in collaborazione con l’associazione TAU di Quartu, e la maggior parte dei partecipanti hanno utilizzato il proprio smartphone per realizzare gli esercizi. Se ci pensi questo ha consentito a tutti di potersi avvicinare alla fotografia e partecipare attivamente al laboratorio facendo pratica, personalmente ne sono molto felice. Per me sarà sempre più importante il contenuto del mezzo.
La foto può rappresentare un racconto. Che percorso hai costruito con la tua mostra?
La foto è racconto anche quando ci sembra che non lo sia. Con il mio progetto “Anime in Luce”, in mostra alla MEM di Cagliari, ho voluto offrire al pubblico un’esperienza unica, diversa dal solito. La mostra si è composta di 24 scatti, in bianco e nero, un lavoro fotografico che indaga il ritratto come spazio di relazione e strumento di esplorazione dell’identità contemporanea. Un’occasione per riflettere sulla rappresentazione del femminile nella fotografia, valorizzare differenze e percorsi individuali. Ho sviluppato un percorso in tre fasi che documentano il processo di indagine, trasformazione e rivelazione del sé davanti all’obiettivo. Ho previsto anche una piccola sorpresa per rendere l’experience ancora più coinvolgente per il pubblico: un file audio, che si potrà ascoltare inquadrando il Qr Code nel pannello di presentazione, nel quale sono raccolte le dichiarazioni più profonde e toccanti delle protagoniste del progetto.
Quanto è importante lo storytelling nel tentativo di fermare le istantanee del mondo?
Lo storytelling fotografico è fondamentale per trasformare una semplice immagine in una narrazione emozionale, creando una connessione profonda tra fotografo, soggetto e osservatore. Permette di comunicare valori, sentimenti e messaggi complessi, rendendo le foto più memorabili, coerenti e incisive rispetto a una singola inquadratura tecnica.
Fotografare rappresenta un po’ mettere a nudo qualcuno o qualcosa?
Penso che fotografare significhi essere in ascolto e che spesso questo porti il soggetto ritratto a “rivelarsi” e a mostrare al fotografo la propria anima. Non è detto poi che questo riesca a coglierla nello scatto… di sicuro io presto sempre molta attenzione.

Nella tua vita c’è anche la regia: come ti sei avvicinata a questo mondo?
Amo il cinema da sempre. Da ragazzina mi ha salvato la vita, tenendomi compagnia e aiutandomi ad evadere da una realtà spesso opprimente. Poi poco prima che scoppiasse la pandemia di covid-19, ho preso coraggio e deciso finalmente di buttarmi nello studio della settima arte. Ho frequentato un corso di cinema e un laboratorio a Cagliari e poi diversi altri online, letto libri e così via, finché a un certo punto mi sono sentita ispirata e pronta a lavorare ad alcuni progetti personali come sceneggiatrice e regista. Sono nati così i cortometraggi “Sono qui, resta” e successivamente “ISOLA”, entrambi visibili su YouTube e sul mio sito. Sto vivendo un bellissimo momento produttivo, ho tante idee, scrivo molto e amo confrontarmi con altri professionisti del settore.
Ti è mai capitato di dire “Sono qui, resta”?
Sì, mi è capitato di dire “Sono qui, resta” e ho sofferto molto nel vedere che dall’altra parte c’era chi non mi dava importanza e non voleva esserci per me. Oggi però sono grata di aver imparato ad avere rispetto per me stessa e amor proprio, perché elemosinare attenzioni, affetto o tempo dagli altri crea squilibrio, prosciuga le energie e a lungo andare ti spezza. Imparare a bastarsi è fondamentale, porta a relazioni più sane e a una profonda tranquillità interiore, sono orgogliosa di averla raggiunta.
Leggi le altre notizie su www.cagliaripad.it






