In Evidenza Nicola Montisci: “Attraverso il viaggio ho imparato a comprendere le altre persone”

Nicola Montisci: “Attraverso il viaggio ho imparato a comprendere le altre persone”

Uno zaino sulle spalle e via a conoscere nuovi luoghi, esplorare l'altrove delle storie lontane: Nicola Montisci racconta il suo "cammino lento" tra la Sardegna e la Spagna

In sottofondo c’è “Self Control” di Raf, non sono tanti a ricordare quella prima fase del cantante. La gamba destra parte per conto suo a ritmo, mentre Nicola Montisci appoggia sul tavolo un taccuino. Lo apre, sbircia un po’ dentro, scrive qualcosa. Per lui è un gesto che serve a imprimere su carta le cose della vita che gli capitano, che gli girano attorno.

Un po’ come ha fatto in tutti questi anni: blog, articoli, libri, lunghe riflessioni sui social, persino nei dj set cagliaritani. La penna e la carta come compagne quotidiane. E poi uno zaino sulle spalle e via a conoscere nuovi luoghi, esplorare l’altrove delle storie lontane, il rumore di fondo di paesi che altrimenti non conosceremmo mai. Una volta ritrovatosi in mezzo a strade diverse, per tradizioni e lingua, iniziare a respirare più intensamente. Che quel viaggiare lento è un dono prezioso da conservare, in Sardegna quanto in Spagna.

Quando hai iniziato a pensare che il viaggio potesse essere una parte molto importante della tua vita?

Allora, è successo nel 2011. Avevo già fatto tanti viaggi. Poi come accade nella vita di ognuno, un lutto importante: muore mio padre. La vita comunque ti cambia perché quando ti muore una persona così importante, vedi che il tempo sta correndo e non c’è nessuno più a salvarti. Sei mesi dopo parto per fare il Cammino di Santiago, il cammino breve di 120-130 km. Mi innamoro follemente della Spagna in maniera diversa, l’avevo già visitata sin dall’età di 8 anni. Mi innamoro della campagna, dei percorsi, della gente, di quel modo un po’ così anarchico di viaggiare. E da là inizi a dimensionare il viaggio non più come esperienza di persona che prende un aereo e va da una parte all’altra, così, per visitare una città. Il viaggio è diventato una delle cose più importanti in assoluto, se non la più importante perché poi incarna tante altre cose.

Proust dice che il viaggio non è un modo per cercare nuove terre, ma per trovare nuovi occhi… 

I miei occhi sono cambiati tantissimo perché attraverso il viaggio ho imparato a comprendere la vita degli altri. Viaggiare ti aiuta molto a capire che non vivi nel posto migliore del mondo, che non sei al centro del mondo, ma che sei uno dei tanti centri del mondo. 
Attraverso il viaggio vedi cose che magari rimanendo a casa non riesci a vedere: ti aiuta a parlare un’altra lingua, imparare ad adeguarsi alle abitudini degli altri. Per esempio nel Cammino io per la prima volta sono andato in un ostello. All’inizio avevo tanti timori e in realtà è stata un’esperienza bellissima perché poi ho parlato con tante persone e il parlare ti aiuta a capire che ognuno ha la sua storia, ognuno ha il suo dolore. E ognuno vive una realtà diversa dalla nostra: non migliore, non peggiore ma rispettabile. Questo ti permette di capire un po’ più del mondo.

Forse proprio per questo, quando hai scelto di scrivere il libro “Le strade secondarie del mare”, hai deciso di farne una guida umana alla ricerca e alla scoperta di nuove storie da raccontare?

Diciamo che io già avevo scritto tanto nel mio blog in questi anni. Ho sempre preso appunti, ero interessato a mettere in ordine i pensieri e le storie degli altri. Qui dentro c’è una parte di me che probabilmente ho faticato a far emergere e a 50 anni si è chiuso un cerchio. C’è l’esperienza, il movimento, la scoperta del tuo equilibrio. Il mio è quello di viaggiare e scrivere, non restituire una guida, ma cercare di condividere quello che ho provato facendo in modo che altre persone magari provino le stesse emozioni. Tanto girando per i paesi della Sardegna, tanto in Costa Brava o altrove. Ho trovato tante connessioni tra i nostri territori e quelli fuori dalla nostra isola.

Quanto è importante per te avere sempre dietro un taccuino o qualcosa dove scrivere?

È fondamentale, perché certe idee almeno devono essere prese subito. Ho notato che quando lasci che le cose vadano via, poi non le riprendi. Quindi la scrittura a mano è un modo anche per confrontarci con la lentezza. Io giro con tre taccuini nello zaino, il viaggio mi ha aiutato a prendere le prime impressioni e non lasciarle sfuggire. La nostra vita è talmente veloce che stiamo facendo una cosa in questo momento e stiamo già pensando che cosa faremo poi.

C’è una storia o c’è una persona che ti ha lasciato qualcosa dentro?

Sono stati tanti gli incontri. Quello più bello è con una persona che non c’è più, lo scrittore e giornalista catalano Josep Pla. E’ una persona che mi rappresenta, tra l’altro è poco conosciuta in Italia perché è stato tradotto solo qualche qualche libro, come “El Quadern Gris”. Un libro di 900 pagine, dove lui fa praticamente quello che io faccio nel libro, cioè va nei posti, si ferma nei bar, guarda. Si fa emozionare dai gesti delle persone, dalla loro abitudinarietà, dalle loro storie. Ci sono storie che non riusciamo a percepire. Spesso le persone che meno ti aspetti ti raccontano le storie più interessanti. Poi un personaggio che però vive tuttora, è un cantante: Joan Manuel Serrat.

Perché ispira Serrat?

Mi ha ispirato il concetto di Mediterraneo con una canzone che ascoltai tanti anni fa. Mi ha ispirato il fatto che mi sento proprio un abitante del Mediterraneo, una cosa di cui noi sardi spesso non ci accorgiamo. Siamo in un contesto non solo geografico, ma anche di storie, di rapporti, di contaminazioni. Questo concetto ispirerà anche i prossimi lavori che ho in mente e cercherò di realizzare. In tutto questo, credo che è soprattutto nelle strade secondarie che trovi gli indizi che ti portano a te stesso.

Tu sei anche un dj. Nei viaggi qual è il ritmo che ti accompagna?

È  un ritmo magari un po’ più lento rispetto alla vita che viviamo tutti i giorni. Non ci crederai, ma quando cammino da un paese all’altro evito di ascoltare la musica perché la natura è diventata una musica fantastica. Un po’ come quando nei pomeriggi di paese c’è quel silenzio che viene rotto solamente dal vento, dagli uccelli o da una voce lontana. Ci sono dei suoni che noi abbiamo perso perché siamo talmente presi dal rumore di fondo della vita, che spesso diventa ossessiva, che anche il silenzio o il rumore della natura sono la musica migliore nel viaggio.

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