La Sardegna dispone di un patrimonio consistente, ma una parte significativa della ricchezza delle famiglie non si trasforma in investimenti capaci di sostenere lo sviluppo economico dell’Isola. È questa la principale conclusione del report del Centro Studi di Confindustria Sardegna, intitolato “Il risparmio che non diventa capitale: ricchezza finanziaria e deficit di investimento in Sardegna”.
L’analisi fotografa una situazione nella quale il patrimonio delle famiglie è fortemente concentrato negli immobili e nella liquidità, mentre la componente finanziaria resta decisamente inferiore rispetto alla media nazionale.
Ricchezza sopra il Sud, ma distante dall’Italia
Secondo lo studio, alla fine del 2024 la ricchezza netta delle famiglie sarde ammontava a circa 251 miliardi di euro, pari a 160 mila euro per abitante. Un valore superiore rispetto alla media del Mezzogiorno, ma ancora lontano dai circa 199 mila euro pro capite registrati a livello nazionale.
Il dato che distingue la Sardegna non riguarda però il patrimonio immobiliare. Le attività reali raggiungono infatti circa 122 mila euro per residente, superando addirittura la media italiana. La vera differenza emerge sul fronte della ricchezza finanziaria, che nell’Isola si ferma a poco più di 53 mila euro per abitante, contro oltre 100 mila euro nel resto del Paese.
“Il divario della Sardegna non riguarda tanto la consistenza complessiva del patrimonio delle famiglie”, osserva Andrea Porcu, direttore del Centro Studi di Confindustria Sardegna. “È piuttosto una regione nella quale una quota rilevante della ricchezza è allocata in maniera poco produttiva e risulta difficilmente trasformabile in capitale disponibile per investire, innovare, finanziare nuove imprese o sostenere percorsi di crescita”.
Depositi elevati e pochi investimenti
Il report evidenzia come, su 83,3 miliardi di euro di attività finanziarie detenute dalle famiglie sarde, ben 32,3 miliardi siano rappresentati da depositi bancari e risparmio postale, pari a quasi il 39% del totale.
Al contrario, strumenti finanziari come azioni, obbligazioni, fondi comuni e partecipazioni rappresentano il 40,5%, una quota sensibilmente inferiore rispetto al 51,8% registrato mediamente in Italia.
Secondo le simulazioni elaborate da Confindustria Sardegna, se nel periodo compreso tra il 2014 e il 2024 il patrimonio finanziario delle famiglie fosse stato distribuito in maniera più simile alla media nazionale, il rendimento aggiuntivo avrebbe potuto raggiungere 8,1 miliardi di euro. Considerando anche una riallocazione complessiva delle attività finanziarie, il potenziale salirebbe fino a 10,3 miliardi di euro.
Effetti anche sulle imprese
Lo studio sottolinea come questa minore propensione agli investimenti abbia conseguenze dirette sul sistema economico regionale, composto prevalentemente da piccole e medie imprese che già devono confrontarsi con le difficoltà legate all’insularità, ai maggiori costi logistici e a un mercato interno limitato.
“Il risparmio che non diventa capitale”, conclude Porcu, “è una delle condizioni che impattano negativamente la capacità delle imprese sarde di competere. Ciò riduce notevolmente la propensione ad attivare iniziative imprenditoriali, soprattutto giovanili, che avrebbero un rendimento economico e sociale certamente superiore rispetto alle più “rassicuranti” immobilizzazioni”.
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