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Anna Cau: “I minori cercano il senso nella vita, vanno protetti dalle devianze”

Dopo una lunga esperienza nel settore della giustizia minorile, la nuova garante per l'infanzia e l'adolescenza ha assunto il ruolo portando con sé un importante patrimonio di competenze

Da qualche mese Anna Cau ha preso possesso del suo ufficio di garante per l’infanzia e l’adolescenza della Sardegna. Per oltre quarant’anni ha osservato da vicino le fragilità, i diritti e i bisogni dei più giovani.

Oggi, dopo una lunga esperienza nel settore della giustizia minorile, ha assunto il ruolo portando con sé un patrimonio di competenze maturato tra tribunali, procure e istituzioni dedicate alla tutela dei minori. Fino al 2025 ha guidato la Procura minorile di Cagliari come procuratrice della Repubblica, distinguendosi per l’attenzione alle situazioni di disagio familiare, vulnerabilità sociale e protezione dei diritti dei bambini e degli adolescenti.

Il suo approccio punta a mettere in rete scuole, servizi sociali, associazioni e autorità giudiziarie per affrontare le nuove sfide che riguardano l’infanzia e l’adolescenza, dall’inclusione sociale ai rischi del mondo digitale.

Partiamo da un dettaglio molto personale, la prima impressione una volta arrivata nel Palazzo e anche l’emozione che ha vissuto?

Allora, la prima impressione è quella di un mondo, una condizione che è certamente di maggiore apertura verso le cose positive. L’emozione è un’emozione positiva. Di potermi occupare, vedere anche e soprattutto le cose belle, cercare di fare in modo che rimangano belle o che diventino più belle. Che è qualcosa che c’è anche nello svolgimento della professione di magistrato.

Allora un passo indietro, cosa è stata Anna Cau prima di diventare Garante dell’infanzia?

Dall’età di 27 anni ho fatto il magistrato. Un lavoro bellissimo perché l’ho fatto con grandissimo entusiasmo. Mi ha permesso di vivere veramente dentro la società, occuparmi di cose importanti che toccano la vita degli esseri umani. Quindi l’ho vissuto come un continuo arricchimento e anche con gratitudine.

E qua si traccia un po’ la linea che passa da magistrato sui temi appunto dei minori, poi a garante per l’infanzia.

Sa quale è stata la linea? Quando io ho fatto il lavoro di magistrato l’ho fatto pensando e sempre più rendendomi conto del legame profondo che c’è tra l’amministrazione della giustizia e l’amministrazione della cosa pubblica. Quindi il lavoro che le altre istituzioni fanno, ma anche non solo le istituzioni pubbliche, anche quelle private. Quello che si decide e quello che si fa nel processo non è niente se non funziona il resto, se non ci sono le altre istituzioni che si muovono in sintonia. Come dire che la giustizia non basta a se stessa ma deve essere una giustizia integrata. Quello che io ho sperimentato e cercato di fare nel mio lavoro soprattutto di magistrato minorile è stato quello di creare un rapporto di interscambio, di conoscenza con le altre istituzioni tra le quali era frammentata la competenza che aveva però come fine ultimo la tutela dei diritti di una persona. Quindi questo lavoro per me è anche un po’ una prosecuzione di quello che facevo prima, da un’altra prospettiva.

Cosa si porta dietro?

Mi porto dietro tutto quello che ho fatto e spero di avere l’intelligenza di usarlo per quello che è, cioè la sperimentazione della patologia e la risoluzione delle cause. Come causa appunto di quella devianza o di quel disagio. Cercare di rinforzare il lavoro delle istituzioni, soprattutto a livello di costruzione delle condizioni di benessere collettivo e singolo che sono assolutamente necessarie per lavorare sulla prevenzione.

I dati ci dicono che nel post-Covid i ragazzi giovani non si siano solo incattiviti e quindi siano nate nuove forme o di disagio o di violenza, ma anche che tanti ragazzi hanno vissuto quel periodo con gravi problemi. 

Allora, l’esperienza del Covid cosa è stata per quanto ci interessa? È stata praticamente il blocco della socialità. Della socialità sperimentata nel luogo fisico e nei rapporti interpersonali che si sviluppano nel mondo fisico. Perché quello che è rimasto nell’esperienza del Covid, l’unica libertà che si aveva era quella appunto di stare nel mondo virtuale, per il resto. Quindi l’esperienza del Covid è stata anche, per quanto riguarda i minori, un blocco. Cioè la creazione di condizioni incompatibili, ostative di una crescita sana. Credo avremmo potuto fare qualche cosa di più per i minori. Considerando proprio che non erano in grado per la loro fase di sopportare le limitazioni che invece sono state  generalizzate e che riguardavano tutti.

Secondo lei come bisogna agire?

Dovremmo utilizzare questa esperienza per capire i guai che anche a prescindere dal Covid stiamo facendo nei confronti dei minori. Cioè la necessità per chi cresce di vivere in una condizione in cui la socialità è promossa, è tutelata, è garantita, in cui c’è un benessere che è assolutamente essenziale. Il periodo Covid ci deve aiutare ad avere gli occhiali giusti per vedere anche quando il Covid non c’è più. Anche quando quindi queste limitazioni non ci sono più. Dobbiamo capire da un lato che cosa avremmo potuto fare e non abbiamo fatto e dall’altro quali sono state proprio le cause profonde del disagio.

Una parte della gioventù di oggi vive anche una certa radicalizzazione, andando ad abbracciare idee anche molto estreme e facendosi portatori di gravi situazioni di cronaca. Secondo lei come mai?

Cì sono delle nicchie di ragazzi che stanno andando verso quella direzione. Io credo che l’esperienza del Covid sia stata un’esperienza che ha certamente influenzato negativamente la condizione giovanile, però è secondo me riduttivo e ci fa sbagliare strada pensare che l’esperienza Covid sia la causa. Esisteva ed esiste tuttora una fragilità importante che accompagna questo lungo periodo nella storia degli esseri umani, una condizione di fragilità esistenziale. Non analizzare quella ci fa sbagliare perché quella condizione ha determinato un disinteresse, un’assenza di attenzione o della dovuta attenzione verso il mondo minorile. Quindi credo che tutto questo sia conseguenza di una mancanza, di una mancanza di senso che si trova nelle cose. I ragazzi hanno bisogno di un senso: quindi trovano una protezione in internet, dove ci sono dei gruppi che danno un senso alla loro quotidianità. Questo è un grande problema. Si tratta di ripensarci tutti quanti:  da un lato costruire un senso e dall’altro di pensare che dobbiamo proteggerli. Dobbiamo impegnarci molto di più in questi due ambiti.

Chiaramente avrà avuto modo di leggere tutti i dossier della Regione Sardegna e capire qual è la situazione sul tema dell’infanzia. Che lavoro è stato fatto finora?

Il lavoro che sto facendo è proprio un lavoro di interlocuzione perché voglio che la mia esperienza non debba essere l’unica prospettiva. Sto cercando di realizzare un confronto che mi consenta di scegliere bene.

Ci sono alcuni aspetti nei quali si è concentrato maggiormente il lavoro?

Indubbiamente un primo aspetto riguarda una fetta di minori importanti che sono i minori stranieri non accompagnati per i quali c’è una competenza tra l’altro specifica dell’ufficio del garante per l’infanzia. Qui il problema per me sarà quello di occuparmi di sensibilizzare la società verso la disponibilità a svolgere la funzione di punto di riferimento. Quindi la formazione dei tutori, rafforzare il sistema dell’accoglienza dei minori che deve essere un’accoglienza che ha come scopo finale quella di individuare una persona o una famiglia che abbia e che sia affidataria di quel minore. Pensare ai minori che vengono accompagnati nella loro crescita esclusivamente rimanendo in comunità è un errore e bisogna appunto lavorare con le altre istituzioni che hanno la competenza perché questo cambi. L’altra direttrice è certamente quella della protezione dei minori e sotto questo profilo cercare di lavorare su come si possa intervenire per un uso dei social e di internet in generale compatibile con i diritti dei minori. La terza è quella degli affidamenti anche dei minori sardi. Cioè pensare di creare una sensibilità della società ad essere generosi e a intervenire in aiuto del minore che ne ha bisogno. Stiamo pensando appunto all’affidamento come a un istituto: l’accoglienza di un minore all’interno della propria famiglia come se fosse un figlio fino all’idea di un affidamento che accompagna la famiglia d’origine nello svolgimento di compiti specifici come l’aiuto scolastico, nella società, ecc.

Come primo punto ha parlato di interlocuzioni: che tipo di interlocuzioni ha avuto finora e quali risposte ha ricevuto? 

Le interlocuzioni che ho avuto sono state prime interlocuzioni. Quindi non abbiamo parlato di progetti particolari, ma abbiamo parlato di visione e di condivisione. E di riflessioni per l’esercizio poi di competenze che sono specifiche ma che si devono combinare tra loro. Le interlocuzioni che ho avuto che sono state con istituzioni pubbliche – assessorati regionali ma anche comuni, prefettura – sono stata a Sassari dove ho incontrato praticamente scuole, il prefetto, gli uffici giudiziari. Sono state assolutamente positive. Ho trovato massima collaborazione. il che aumenta anche la mia responsabilità perché non ho che da fare bene. La massima disponibilità è la precondizione per fare un buon lavoro.

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