C’è un punto, tra la polvere delle strade del Delta e il respiro caldo delle corde consumate, in cui il tempo smette di scorrere in linea retta e comincia a vibrare. È lì che si colloca la musica di Matteo Leone: in quella fenditura sottile dove il blues non è nostalgia, ma materia viva, pulsante, ancora capace di mutare forma.
In un’epoca in cui tutto sembra accelerare, il musicista di Calasetta rallenta. Ascolta il silenzio tra i suoni, lascia spazio all’imperfezione, si affida a quella verità ruvida che ha fatto nascere il blues. Ci infila nel mezzo il Tabarchino, lingua parlata e lingua sonora, che lo mette in dialogo con il presente.
La sua ricerca musicale assomiglia allora a un viaggio che attraversa territori sonori diversi per riaffiorare ogni volta trasformato, più profondo.
C’è chi dice che guardando fuori dalla finestra si rincorrano nella mente delle persone melodie che rimangono per sempre. Come la realtà che vedi influenza le tue scelte musicali?
A me piace scrivere di notte, anche guardando l’esterno. Per me è importante il paesaggio, credo influenzi qualsiasi tipo di scrittore. Le note sono più comuni all’esterno di una casa. Guardando l’esterno da un luogo protetto come quella che una stanza permette di raccontare, si riesce ad essere in qualche modo più schietti. Permette di essere più propenso a creare, sentire le melodie.
Quali caratteristiche della tua musica senti di attribuire alla tua provenienza?
La provenienza della mia musica deriva dal mare. So cosa vuol dire vivere al mare, che per noi tabarchini ha un senso anche diverso rispetto ai sardi. Ho potuto notarlo. Per chi come noi è di origine ligure, il mare è mezzo di conquista. È difficile guardare il mare con quella prospettiva per i sardi. Per me è proprio fonte di ispirazione, è una opportunità.

Il blues sembra attraversare un nuovo buon periodo. Perché il genere riemerge prepotentemente?
Come molti dei generi afroamericani, il blues è un genere che nasce da un forte disagio. Ha necessità anche politica, culturale, di esprimersi. Viviamo in un periodo non molto felice a livello globale, una crisi con radici molto forti che vedono nella guerra solo uno dei fattori. Quando c’è un senso di insoddisfazione, ecco che alcuni generi più di altri escono fuori. Come il blues. È coerente con il tempo che viviamo.
Influenze e musicisti: cosa ascolti e chi fa parte della tua cultura e del processo compositivo?
Le mie influenze sono veramente gigantesche. Ho ascolti di svariati generi. Dopo i 30 anni, tendenzialmente, ascoltiamo la musica con cui ci siamo formati capendo ciò che ci piace o non ci piace. Posso dire, le mie influenze a livello sardo sono stati i River of Gennargentu, devo moltissimo a Lorenzo. Perché mi ha fatto scoprire il blues che non conoscevo, quello più rurale, il Delta. Poi la musica africana, dai più rinomati Tinariwen al desert blues dal quale ho attinto tantissimo soprattutto nel modo di suonare. La cultura, in tutto questo, è un processo positivo. Occorre capire la cultura di un genere, entrarci in punta di piedi, sentirsene parte. Capire il perché.
Si dice che a lungo andare l’ispirazione per un cantautore passi per lasciare spazio a un costante riadattamento (sia nei suoni che nelle liriche) di quel che è già stato fatto.
Siamo essere umani. Come tali siamo influenzati da ciò che ci circorda. Molte volte, la prospettiva di un uomo si spera che sia in continua evoluzione, in continuo cambiamento. A meno che non rimani radicato nelle tue idee. Cosarispettabile ma il troppo radicamento non sempre è un bene. Significa che c’è una forte immobilità. Più ti esponi, e più nel tempo trovi il linguaggio adatto a te, le liriche adatte a te. È un grossissimo punto a favore per ogni artista.

Come ti trovi e come si trova il tuo pubblico nel rapporto con il tabarchino?
Ho notato che c’è curiosità. È una lingua mediterranea, una di quelle che anche se non le capisci, in qualche modo ti arriva. Poi sta nell’abilità di chi narra avere quel tipo di enfasi per farla comprendere. Non mi paragono a lui, ma come esempio mi viene in mente il grammelot di Dario Fo. Parlava in questa lingua inventata, eppure riuscivi a comprendere il linguaggio o almeno a estrapolare un discorso un po’ più ampio. La lingua è solo un mezzo. Nel mio caso l’ho voluto usare a livello sonoro, per ciò che ricrea. Le persone si avvicinano, chiedono, vogliono approfondire.
Cosa ci insegna la musica?
La musica ci insegna tutto e niente. Senza contesto, è un suono nel nulla. Non insegna, dipende da ciò che noi leggiamo in quel messaggio. La differenza è quella. Anche nella canzone che emoziona un po’ tutti possono vederci un messaggio ben preciso e mentre io ne posso leggere un altro. Tutto dipende dall’ascoltatore. È cosa io comprendo o imparo dalla musica.
Leggi le altre notizie su www.cagliaripad.it






