L’illusione che il vento sardo basti a ripulire l’aria dell’isola viene smentita dal rapporto “Bon’aria di Sardegna” curato da Legambiente. I dati sul particolato fine (PM10) delineano uno scenario critico: meno di un terzo dei punti di rilevamento rispetta i parametri suggeriti dall’OMS, mentre cinque stazioni hanno già superato i limiti previsti dalle future normative europee del 2030.
La sfida più dura riguarda Cagliari, che dovrà abbattere le concentrazioni di PM10 di circa il 30% entro i prossimi quattro anni per non farsi trovare impreparata alle scadenze comunitarie. Preoccupa inoltre la carenza di monitoraggio sul PM2,5, l’inquinante più pericoloso per l’organismo: attualmente, solo otto stazioni in tutta l’isola sono attrezzate per rilevarlo, a causa di un drastico ridimensionamento della rete di controllo.
Note più positive arrivano invece dai dati sul biossido di azoto (NO2), dove solo due centraline (inclusa quella del capoluogo) risultano fuori norma. Nonostante un trend di miglioramento generale osservato negli anni, Legambiente punta il dito contro i “buchi neri” della rilevazione: restano infatti incerti i reali livelli di inquinamento in centri urbani chiave come Olbia, Nuoro e Oristano, dove i monitoraggi non vengono effettuati con la necessaria costanza.
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