Argyròphleps Nesos. Così Micenei, Fenici, Greci ed Etruschi indicavano la Sardegna: “Isola dalle vene d’argento”. Li attirava le abbondanti risorse presenti nelle miniere di tutta l’Isola, in particolare nel Sulcis Iglesiente e nel Medio Campidano.
Inizialmente non fu un metallo a richiamare l’attenzione, ma un minerale come l’ossidiana. Secondo gli scienziati, l’attività estrattiva mineraria in Sardegna sarebbe stata avviata già nel Neolitico antico. Con l’avvento della civiltà nuragica si iniziano a vedere i primi interventi che caratterizzeranno i secoli successivi. Nascono in particolare i bronzetti, piccole statue votive che ritraevano soprattutto immagini dei guerrieri. Si lavorano il rame, il ferro e l’argento. I Romani, poi, diedero un forte impulso all’attività mineraria, grazie allo scavo di gallerie e la costruzione di fonderie dei metalli.
Nel medioevo, dopo un periodo di fermo, i Pisani riavviarono le attività estrattive, soprattutto nella zona di Villa di Chiesa, l’odierna Iglesias, che divenne un polo industriale. Un percorso lungo fino al XX secolo quando tra gli anni 80′ e 90′, le miniere sarde chiusero una dopo l’altra.
La storia mineraria ha lasciato alla Sardegna un immenso patrimonio di archeologia industriale, inserito in un contesto di paesaggi spettacolari, a metà tra i monti e il mare. Oggi questi luoghi sono diventati punti di conoscenza e di emozioni uniche. Andiamo a conoscerne alcune.
Miniera di Serbariu – Carbonia
Gli infiniti giacimenti di carbone del Sulcis furono il grande sogno energetico nazionale. La miniera Serbariu nacque con l’intento di rappresentare le grandi aspirazioni politiche dei tempi. Nel 1937 il primo pozzo, in grado di far scendere gli operai sino a 103 metri sotto il livello del mare. Un anno dopo il secondo, e si scende fino a 179 metri. La grande attività di quel periodo attirò lavoratori da tutta Italia, che andarono a risiedere nella neonata Carbonia.
Nella miniera lavorarono circa 4 mila persone, divisi in tre turni, sottoposti ad ogni tipo di rischio: dalle esplosioni causate dalle lampade agli allagamenti, dall’asfissia al possibile crollo dei soffitti. Negli anni 50′ si tenne uno dei più lunghi scioperi della storia italiana, anticipo di un declino che porterà alla chiusura nel 1971.
Dal 2006 è presente il museo del carbone che ripercorre la storia della miniera e della vita dei minatori. Il luogo è visitabile: dalla lampisteria alle gallerie, per mezzo di gabbie, è possibile fare un piccolo ma intenso viaggio con casco e lampada nella vita quotidiana di tempi lontani ma carichi di significato.
Miniere di Nebida – Nebida
Un percorso spettacolare tra la natura e il mare. Nel mezzo la miniera di Nebida, la cui storia prende vita nel 1865 quando venne costruita per l’estrazione del piombo e di diversi altri minerali. Al fianco di Fontanamare nasce così un villaggio, popolato dagli operai e provvisto di tutti i servizi necessari. Nel 1897 venne costruita la nota Laveria La Marmora, divenuto di recente uno dei luoghi di maggior interesse dei visitatori: un impianto modernissimo e all’avanguardia per quegli anni.
Soprattutto nella prima metà del 900, la miniera ottenne livelli di produttività altissimi di piombo divenendo uno dei gioielli del comparto industriale italiano. La crisi della seconda metà del secolo però fu tale da portare presto alla chiusura.
Oggi la miniera fa parte del Parco geominerario Storico e ambientale della Sardegna. L’Unesco l’ha definita “un perfetto luogo di contemplazione estetico”.
Porto Flavia – Masua
Porto Flavia è un porto di imbarco verso Masua. La miniera, inaugurata nel 1924, venne inglobata da una società belga con una opera ingegneristica unica che permise sia di ridurre i tempi di trasporto dei minerali e sia ridurre la pesantezza del lavoro degli operai. Prevedeva due gallerie, una sull’altra nel ventre della roccia calcarea della montagna. Nella galleria superiore arrivavano i vagoni con il materiale e qui, tramite silos, il minerale passava nella galleria inferiore. Qui, un nastro trasportatore e un braccio mobile caricavano tutto il materiale sulle bilancelle che ripartivano subito dopo.
Il nome gli venne dato da Cesare Vecelli, ingegnere che ideò la miniera e la chiamò come sua figlia (Flavia). Anche a Masua venne costruito un villaggio, ormai abbandonato dopo la chiusura della miniera avvenuta nel 1991. Al suo fianco il panorama pazzesco dell’isolotto di Pan di Zucchero.
Miniera di Ingurtosu – Arbus
Ingurtosu è un villaggio abitato da poche famiglie che si inserisce nel percorso della Costa Verde. Il suo nome trae origine, leggenda narra, da “su curtugiu”: un avvoltoio che svolazzava nella zona. Fu uno dei più importanti siti minerari della Sardegna. I primi a sfruttare le risorse di questa zona furono Luigi e Marco Calvo che nel 1855, cedettero le concessioni alla Société Civile des Mines d’Ingurtosu et Gennamari. Dal 1859 prese vita il villaggio: nacquero le case, lo spaccio, l’ospedale, il tabaccaio, le poste e il Palazzo della Direzione – chiamato il “Castello” per lo stile neogotico.
Per riuscire ad avviare migliorie organizzative e strutturali, nel 1870 nacque a Parigi una nuova società. Con nuovi capitali si risolsero i problemi delle gallerie (che spesso si allagavano) e venne creato un sistema di pompe meccaniche. Si costruirono diverse laverie e i carri a trazione animale furono rimpiazzati da un binario a scartamento ridotto con cui si portava il materiale dalle laverie al pontile di Piscinas, dove vi erano anche i magazzini per la blenda e la galena; da qui era caricato a mano sulle bilancelle a vela e veniva spedito a Carloforte.
All’inizio del 900′ venne costruita una nuova laveria, che al tempo rappresentò un fulgido esempio di archittettura e tecnologia, in grado di trattare 500 tonnellate al giorno di minerali. Nel 1906 vennero qui sperimentate le cernitrici magnetiche Primosig, che separavano il ferro dai minerali “ricchi”. A seguire fu costruito il Pozzo Gal (dal nome del dirigente Paul Gal). In funzione fino al 1975, fu teatro di molte proteste degli operai a causa dell’avviamento di un nuovo metodo di lavoro che portò grande efficienza ma anche un deleterio esaurimento della forza dei lavoratori. Con la seconda guerra mondiale, le miniere iniziarono il declino, che si concluse nel 1991. Oggi il territorio fa parte del Parco Geominerario della Sardegna.
Miniera di Montevecchio – Guspini
Montevecchio è tra i siti minerari più vecchi della Sardegna. La sua storia prende vita nel 1844 Giovanni Antonio Sanna, riuscì a fare firmare a Carlo Alberto la concessione perpetua per lo sfruttamento. Da quel punto in avanti, il territorio divenne una delle maggiori zone minerarie d’Europa.
Già un anno dopo, la produzione di galena era massiccia. La svolta arriva con il nuovo direttore, Giulio Keller, un ungherese con una visione ben centrata sul futuro degli impianti. In tre anni fece costruire gallerie e sentieri, pozzi, laverie e strade. Quindi fece arrivare macchinari e costruire alloggi sia per i dirigenti che per il personale. Nel 1865 nella miniera lavoravano ben 1100 persone, comprese le donne – impiegate nella separazione del materiale ricco da quello sterile.
Montevecchio prese rapidamente vita. Vennero costruiti due pozzi (Sant’Antonio e San Giovanni), la Galleria Anglosarda, l’ospedale, la scuola, un albergo, un emporio e una bettola. Nel 1877 fu completato anche il palazzo della direzione,oggi restaurato: un edificio di 22 stanze affrescati dove si notano lampadari in vetro di murano e oro.
Entrati nel 900, la miniera divenne la più grande produttrice italiana di piombo e zinco. Gestioni poco ottimali, però, portarono ad un lento declino e alla chiusura del 1991. Oggi fa parte del Parco Geominerario della Sardegna.
Contenuto realizzato in collaborazione con la Regione Sardegna, Assessorato del Turismo, Artigianato e Commercio.
